Al via davanti al gip di Agrigento Giuseppa Zampino, le udienze di convalida del provvedimento di fermo che nelle scorse ore ha raggiunto 13 soggetti coinvolti nel blitz dei carabinieri del Comando provinciale di Agrigento, il terzo in sei mesi, contro le famiglie mafiose di Villaseta e Porto Empedocle. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ipotizza un’alleanza tra i due clan che, dopo iniziali frizioni, avrebbero stretto un’alleanza in grado di mantenere saldi gli equilibri nel settore del traffico degli stupefacenti, suddiviso gli incassi e condiviso armi, anche micidiali come il Kalashnikov, trovato e sequestrato in un terreno di Realmonte, e in grado di imporre le proprie regole sul territorio.
Ad undici dei tredici indagati viene contestato il reato di associazione a delinquere finalizzato al traffico di stupefacenti aggravato dal metodo mafioso. Tra le contestazioni, a vario titolo, anche quelle di tentata estorsione, danneggiamento a seguito di incendio, porto e detenzione di arma sempre aggravati dal metodo mafioso. In realtà oggi gli interrogatori sono 12, infatti, ieri si è tenuto quello di Simone Sciortino, che si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’indagato, davanti al gip di Caltanissetta Santi Bologna, ha fatto scena muta. Simone Sciortino resta detenuto nel carcere di Caltanissetta. Il fermo non è stato convalidato, ma resta in carcere. Questa la decisione del gip del tribunale di Caltanissetta Santi Bologna.
Sciortino è accusato di far parte del clan mafioso di Villaseta e, in particolare, sarebbe stato un componente del gruppo di fuoco che ha messo a segno almeno cinque intimidazioni, con auto incendiate e pistolettate contro case e attività commerciali, sempre per contrasti legati al mercato della droga, debiti non pagati o spaccio senza autorizzazione, in tutti casi deliberati dal carcere dal 33enne James Burgio, ritenuto a capo del clan.