E’ stata una visita tutta scandita dai gesti quella di papa Leone a Lampedusa. Fiori sulle tombe, l’attraversamento della porta d’Europa che conduce idealmente dall’Africa al Vecchio Continente, la sosta in preghiera sugli scogli scrutando il mare che da pericolo può diventare opportunità e speranza. E in questa cornice si è inserito un altro simbolo potente: un pallone.
E’ stato Leo, dieci anni, lampedusano per ‘forza’ essendo sbarcato qui appena nato a consegnarlo a Leone poco dopo il suo atterraggio sull’isola, ancora prima di recarsi all’opera di Mimmo Paladino in ceramica e ferro che potentemente simboleggia tutte quelle soglie che se aperte, introducono, integrano, accolgono.
“Caro Papa – ha scritto Leo nella letterina che ha riposto fiducioso nella mani del Pontefice assieme al pallone – sono super emozionato di incontrarti! Dicei anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie, Leo”.
In una ideale continuazione infatti, Leone si è recato poi alla Porta d’Europa tenendo per mano una bimba migrante ancora più piccola di Leo: Prevost sogna che i gesti che hanno salvato alcuni salvino oggi e domani altri.