La Procura Generale ha invocato innanzi alla Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Adriana Piras, la condanna a 22 anni di reclusione dell’ex capo di Cosa nostra agrigentina Giuseppe Falsone, il “ragioniere”, 55 anni, in carcere dal 25 giugno del 2010, quando è stato scovato latitante e arrestato a Marsiglia in Francia.
Invocate anche altre condanne:
22 anni di reclusione per Antonio Gallea, 68 anni, di Canicattì, già condannato all’ergastolo per essere stato uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino.
28 anni per Santo Gioacchino Rinallo, 66 anni, di Canicattì, ergastolano in semilibertà, ritenuto uno dei killer più efferati della Stidda.
29 anni per Antonino Chiazza, 56 anni, presunto nuovo capo della Stidda di Canicattì.
18 anni per Pietro Fazio, 53 anni, di Canicattì, presunto stiddaro.
1 anno e 4 mesi per Stefano Saccomando, 48 anni, di Palma di Montechiaro, imputato di favoreggiamento.
E poi 8 anni di carcere sono stati proposti a carico di Filippo Pitruzzella, 65 anni, ispettore di Polizia in pensione, al quale si contesta il concorso esterno alla mafia perché sarebbe stato una “talpa” comoda all’avvocato Angela Porcello e al suo ex compagno mafioso Giancarlo Buggea, imprenditore di Canicattì. Pitruzzella ha sempre sostenuto di avere agito su incarico dei servizi segreti per strumentalizzare l’avvocato Porcello come mezzo per catturare Matteo Messina Denaro, anche lui già imputato nella stessa inchiesta “Xidy”. Se così fosse sarebbe un caso analogo a quello dell’ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino, che avviò uno scambio di lettere con Messina Denaro architettato dai servizi segreti per arrestare il superlatitante.