“Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola”. A 36 anni dall’assassinio del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990 sulla strada tra Canicattì e Agrigento, queste parole sono diventate concrete nell’aula del Tribunale di Busto Arsizio. Qui Salvatore Insenga, cugino del magistrato e suo unico familiare vivente in linea diretta, ha abbracciato Paolo Amico e Salvatore Calafato, condannati all’ergastolo come esecutori del delitto.
L’incontro, organizzato da don David Maria Riboldi, cappellano della Casa circondariale, si è svolto nell’ambito di un percorso di giustizia riparativa. “Abbracciare Salvatore è stato come abbracciare loro: ho sentito la carezza di misericordia di Livatino”, ha detto Amico, ricordando il desiderio mai realizzato di chiedere perdono ai genitori del giudice, impedito allora dalla “mentalità mafiosa”. Calafato ha invitato i giovani a stare lontani dalle cattive compagnie.
Toccante la testimonianza di Insenga, che ha raccontato il dolore e l’odio provato a lungo verso i responsabili: “L’odio è un carcere senza sbarre”, ha affermato, spiegando di esserne uscito dopo circa 28 anni di preghiera. “Il perdono ha liberato me e spero che liberi loro”. Per lui la giustizia riparativa andrebbe chiamata “giustizia pacificatrice”.
Presente anche l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che l’ha definita “un modo di intendere la giustizia originale e promettente”.