A tradire Armao, questa volta, non è stata un’intercettazione ma un tappeto da togliere. È bastato spostare il vecchio orologio a pendolo per fare cadere dal retro una borsa di stoffa bianca. Uno dei tre operai impegnati nello studio di via Noto dell’ex assessore la raccoglie, guarda dentro e non riesce a trattenersi: «Ci sono piccioli, ce di muoriri». Soldi, abbastanza da lasciare a bocca aperta.
Poi richiude tutto, sistema nuovamente l’involucro nel mobile e torna al lavoro. Tre giorni dopo, quando una delle segretarie gli racconta cosa è accaduto, l’avvocato va su tutte le furie: «Chi ca..o lo ha autorizzato?», sbotta, prima di pretendere che gli venga restituito immediatamente ciò che era stato trovato.
«No no, qua dentro non faccio entrare più nessuno», dice Armao in modo brusco.
La storia, contenuta nelle carte dell’inchiesta, comincia l’11 settembre. L’ex vicepresidente della Regione non è presente. Ci sono invece le sue dipendenti e gli operai chiamati a rimuovere i tappeti.
A sorpresa, mentre spostano il grande orologio a colonna, scivola fuori una sacca. La scena viene registrata dalle telecamere installate dagli investigatori e assume un significato particolare perché il pendolo, secondo la ricostruzione della Procura, era diventato uno dei posti dove Armao custodiva le somme che l’avvocato Pierluigi Matta gli avrebbe consegnato nell’ambito dei rapporti tra i due finiti al centro dell’indagine..